Il pieno e il vuoto

Raccontera il nostro vissuto ci aiuta a trovare troviamo spunti di riflessione che ci possono aiutare nel percorso dei nostri ragazzi o meglio con i nostri ragazzi. Non esiste un ruolo genitoriale corretto ed uno scorretto, così come non esiste un metodo educativo giusto ed uno sbagliato e questo concetto vale in senso assoluto, non solo nel momento in cui ci rapportiamo a ragazzi con il pectus.


Ecco una riflessione ad alta voce: il pectus è solamente  “spazio vuoto”? Oppure è il contenitore di caratteristiche della personalità (timidezza, introversione, sfiducia) delle quali viene considerato erroneamente fattore scatenante? Mi spiego meglio: siamo veramente sicuri che in tutti i casi questo “vuoto” nel petto sia l’origine dei disagi dei ragazzi oppure possiamo anche pensare che i disagi siano pregressi al buco e che il buco venga usato per giustificare determinate insicurezze? Ci sono ragazzi che sono stati bambini solari, socievoli, entusiasti, giocosi e che, con l’avvento dell’adolescenza hanno scoperto il “buco” che ha creato loro disagi parametrandosi ai valori estetici della società in cui oggi vivono. Per questi l’intervento è stato il riempimento del “vuoto”. Ci sono invece altri ragazzi che sono stati bambini timidi, insicuri, poco socievoli, timorosi e per loro l’intervento non è stato riempimento del vuoto, ma solo svuotamento di un contenitore. Ma ciò che questo contenitore conteneva non ha fatto che riversarsi con prepotenza nella loro esistenza. Allora quando ci chiedete come sarà dopo l’intervento noi non sappiamo dare una risposta. Forse bisognerebbe fare un tentativo prima per scoprire se nel nostro caso il pectus è un pieno o un vuoto… e magari scopriremo che è mezzo pieno e mezzo vuoto…
Non voglio dilungarmi oltre, vi lascio con un pensiero di Ezio Bosso, pianista e compositore affetto da una gravissima disabilità, pensiero che mi è tornato più volte alla mente in questi giorni dopo il nostro incontro di sabato. Parla di una stanza dove la vita, suo malgrado, lo ha chiuso dentro, “troppo grande perché il mio corpo potesse percorrerla tutta, ma troppo piccola per contenermi. Una stanza che a tanti fa paura, perché anche chi ti ama, non trova il coraggio di entrare. E la solitudine rischia di diventare davvero rumorosa. Perché il dolore degli altri ci fa paura tanto quando ci ricorda il nostro, tanto quando siamo sprovvisti di coordinate utili a contenerlo; perché, in fondo, gli altri sono sempre lo specchio di ciò che non accettiamo di essere o di ciò che temiamo di diventare”.

Laura